International Literary Festival a Dublino

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Ogni volta non vedo l’ora di arrivare a questo periodo dell’anno. Tutta la città, invero tutto il paese, è invaso da festival di ogni sorta. L’eccellente International Literary Festival si è svolto a Dublino tra il 20 e il 29 di maggio, con alcuni eventi post – festival in giugno. 
Uno di questi, l’intervista di Selina Guinness a Arundhati Roy l’11 giugno, sarà oggetto di un post successivo.

Il secondo romanzo di Roy (il primo, Il Dio delle piccole cose, è stato vincitore di un Booker Prize venti anni fa) è il recentemente pubblicato Il Ministero della Suprema Felicità.

È uno dei miei preferiti dell’anno letterario, finora, e si tratta già di un anno in cui non mancano i piatti forti.

Uno degli eventi finali del festival ha avuto luogo nei bellissimi dintorni di Belvedere House.

Sono stata contenta di essere lì e assistere all’intervista che Rick O’Shea ha fatto alla romanziera esordiente Sally Rooney. Il libro di Sally, ‘Conversations With Friends’, ha già incontrato il grande favore della critica. Sally è stata interessante, articolata nelle risposte e spesso divertente durante l’intervista con Rick.

È stata una boccata di aria fresca ascoltare una voce giovane, così chiaramente innamorata del processo della scrittura del romanzo. È, ha detto, felicissima ‘quando è immersa nello scrivere’. Conversazioni con gli amici esplora la vita emotiva di giovani donne ‘sicure di sé e consapevoli’: c’è Frances, giovane studentessa universitaria e Bobbi, la sua migliore amica.

Quello che ha interessato di più l’autrice è la dinamica tra questi due studenti e cosa accade loro quando incontrano una elegante, sofisticata coppia sposata, Mick e Melissa.

È stato stimolante ascoltare come questa narrazione abbia preso vita come racconto breve, ‘una storia che è cresciuta con i personaggi portati avanti dalla loro stessa psicologia’.

Ambiguità e ambivalenza abbondano in questo romanzo che, sostanzialmente, esplora quello che succede quando la gente fallisce nella comprensione reciproca. Conversations With Friends è fresco e immediato: una storia contemporanea sulla vita intima di gente vera. È anche un racconto intrigante, venato di umorismo nero. Mi è rimasto dentro a lungo dopo averlo finito di leggere.


Anche Elizabeth Strout dichiara di essere una ‘scrittrice felice’.

In passato è stata avvocato – ‘un cattivo avvocato’ – per cui la perdita per il tribunale è decisamente un guadagno per la narrativa. Leggere My Name Is Lucy Barton (Mi Chiamo Lucy Barton) e Anything Is Possible (i suoi ultimi due libri) è come mettere piede in un mondo completamente formato dove ogni parola, ogni gesto sono sia pieni di significato che autentici.

La Strout è affascinata dal concetto di classe. I suoi libri sono popolati da personaggi provenienti dall’America delle piccole città, la gente comune che spesso è senza voce. Vivere in una piccola città, ha detto la Strout, è parte del suo DNA, e ne comprende in maniera viscerale le gerarchie.

Capisce cosa la povertà fa alla gente, come la allontani dalla comunità, come eroda il senso di sé, così da farla quasi scomparire. La Strout è maestra della vita interiore dei suoi personaggi. Sa cosa li motiva, cosa li logora, cosa regala loro piccoli momenti di felicità. Comprende il potere che ha la memoria nel formare noi e il mondo in cui viviamo.

Ha citato Louise Gluck quando dice: ‘Vediamo il mondo una volta sola, nell’infanzia, il resto è memoria’. In My Name Is Lucy Barton, in particolare, la Strout esplora appunto la memoria: una madre e una figlia parlano del passato, dell’infanzia e della vita segnata dalla povertà. È affascinante vedere come i loro ricordi degli stessi fatti divergano, e come ciascuna (sia influenzata) da ciò che ricorda o crede di ricordare. In Anything Is Possible la Strout torna alla città che ha dato i natali a Lucy Barton.

In una serie di racconti interrelati, esplora quella comunità in tutte le sue complessità da piccola città. Non si tira indietro di fronte alle ‘cose terribili che accadono alla gente’: vi si confronta con una prosa cristallina e priva di sentimentalismi, dove ogni parola ha la chiarezza e la precisione di un vetro tagliente.

Alla Strout piace rendere i propri personaggi ‘porosi’, come dice lei, e lascia fuori così tanto affinché i lettori possano portare con sé la loro esperienza quando si confrontano con le persone che lei ha creato. La Strout non giudica neppure i propri personaggi (‘Mi limito a registrarli’). E descrive la sua voce di scrittrice come un semplice filo che il lettore segue: il lettore poi crea il resto dalla propria saggezza conquistata a caro prezzo, riempiendo la trama. Elizabeth Strout dice di scrivere ‘scene’: non prova neppure ad imporsi un ordine ‘dall’inizio alla fine’ nella narrativa che crea. Qualcuno chiede: ‘Come mai?’

‘Lo scrivo così perché lo scrivo così. È per questo che lo scrivo così’.

E il suo viso si illumina tutto di malizia quando parla. È onesta, auto ironica e divertente: in passato ha anche fatto esperienza come cabarettista così da imparare ad impersonare a 360° i suoi personaggi.

Questa è vera dedizione alla causa!

Non potrei raccomandare più caldamente questi libri.

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sorella Lucy, fondatrice di Maher, con me a Dublinonuala o'connor