Intervista a Nuala O’Connor: ‘Joyride to Jupiter’

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Sono felicissima di ospitare Nuala O’Connor come scrittrice ospite del mio blog per il mese di giugno. La sua più recente raccolta di racconti, ‘Joyride to Jupiter’ è stata appena pubblicata da New Island ed è stata lanciata da Lia Mills a Dublino presso The Gutter Bookshop, dove Bob Johnston ha, come sempre, organizzato una serata meravigliosa.
Nuala O’Connor (Nuala Ní Chonchúir in Irlandese) è nata a Dublino e vive nella Contea di Galway.

Joyride to Jupiter è la sua quinta raccolta di racconti. Penguin USA, Penguin Canada e Sandstone (Regno Unito) hanno pubblicato il terzo romanzo di Nuala, Miss Emily, incentrato sulle figure di Emily Dickinson e la sua cameriera irlandese. Miss Emily è rientrato nella selezione per il Bord Gáis Energy Eason Book Club Novel of the Year 2015 e per lo International DUBLIN Literary Award 2017. Il quarto romanzo di Nuala, Becoming Belle, sarà pubblicato nel 2018.

C.D – Ho assistito di recente a uno degli eventi ‘Creative Minds’, in cui Sinéad Gleeson ha intervistato lo scrittore americano Jeffrey Eugenides. Eugenides ha detto che scrivere racconti è infinitamente più difficile che scrivere romanzi. Il tuo ultimo romanzo – che ho amato molto – era ‘Miss Emily’, e adesso eccoci a ‘Joyride to Jupiter’, una bellissima raccolta di racconti. Tu che cosa ne pensi del punto di vista di Eugenides? I racconti sono più impegnativi dei romanzi? O semplicemente ciascuna delle due forme ha le sue sfide peculiari?

NO’C – I racconti sono più difficili da scrivere per molte ragioni: la necessità di essere brevi, le aspettative, la possibilità di rompere tutto con una singola mossa sbagliata.

Il romanzo ha il tempo dalla sua, mentre i racconti è una forma d’arte che si confronta con il tempo in maniera completamente diversa: la sua acutezza pressante ha bisogno di funzionare immediatamente, altrimenti si è già perso il lettore.

Spesso i romanzi possono permettersi un approccio più rilassato per catturare il lettore, che viene coinvolto poco a poco. Il racconto non può permetterselo. Inoltre, nel caso dei racconti si ricomincia sempre da zero: nuovi personaggi, contesto, sfondo.

In un romanzo si ha almeno il conforto, di solito, di potersi relazionare per un po’ con gli stessi personaggi. Romanzi e racconti danno gioie diverse, e i racconti sono più complicati da scrivere, ma in qualche modo anche più gratificanti.

C.D – Il racconto che dà il titolo alla raccolta, ‘Joyride to Jupiter’, ha una sottotraccia sinistra. L’io narrante, mentre sembra prendersi cura di sua moglie Teresa, che è in preda alla demenza, sembra godere del potere esercitato sulla donna, che ormai lo riconosce a stento. ‘È la mia ragazzina, la mia tenera, arrendevole bambola.’I tuoi personaggi sembrano spesso andare alla ricerca di un modo per esercitare il potere sui loro cari. Che cosa vuoi dirci al riguardo?

NO’C – Tutte le relazioni umane riguardano il potere. In questo libro esploro questo assunto soprattutto utilizzando le relazioni tra coniugi, ma anche quelle tra genitori e figli, tra amici, tra fratelli. Una vera parità è merce rara, spesso è una delle due parti ad avere la supremazia: gli uomini continuano a guadagnare più delle donne, i bambini devono essere guidati dai genitori, e così via. Il Mr Halpin di ‘Joyride to Jupiter’ non è alla ricerca del potere, però.

Per me le sue azioni sono figlie del senso di impotenza. Nondimeno Mr Halpin dà i brividi, vuoi sapere se davvero non è attratto un po’ troppo dai bambini e, in ultima analisi, prenderà una decisione drastica.

Per me questi racconti riguardano altrettanto l’impotenza, appunto, la frustrazione che all’impotenza segue, ma anche il chiudersi a riccio del potere. In ‘Tinnycross’ un fratello maggiore vuole negare al fratello minore la sua parte d’eredità; in ‘Room 313’ una donna d’affari tirannizza una cameriera migrante. Ma il punto di vista del personaggio le rimette al loro posto alla fine della storia, il che è importante.

C.D – C’è una meravigliosa, potente resa dei luoghi in questi racconti. Penso in particolare a ‘The Boy from Petrópolis’ dove il calore e la povertà di Copacabana sono una presenza palpabile; e a ‘Tinnycross’, in cui quasi si sente il sapore opprimente dell’Irlanda rurale e il calore delle lotte tra le famiglie per la terra. Che importanza rivestono i luoghi per te, tanto nei racconti quanto nei romanzi?

NO’C – I luoghi hanno una importanza enorme per me. Mi piace molto quando i luoghi divengono parte del tessuto narrativo tanto quanto i personaggi che li attraversano. Amo il verde frondoso della Dublino lungo il Liffey circondato dai campi, quella dove sono nata.

Quando eravamo bambini, lo scenario – il fiume, i boschi… – erano parte di noi, come i vecchi mulini e le stazioni di posta in disuso dove giocavamo. Adesso vivo in un posto bellissimo vicino a Galway e sono una viaggiatrice accanita: un luogo nuovo mi entusiasma e alimenta la mia scrittura.

Sono sempre costantemente alla ricerca di materiale per le mie storie, quando viaggio. Credo nei dettagli minuziosi e nelle descrizioni concise: è ciò che cerco tanto da lettrice quanto da scrittrice.

C.D – La maternità è un tema centrale nella tua scrittura – o forse dovrei dire meglio la ‘genitorialità’. Il desiderio di un bambino, la frustrazione insita in quel desiderio, la paura di invecchiare e le molteplici complessità del sesso: sono tutti temi dei tuoi racconti e anche dei tuoi romanzi. Sono temi che troveremo anche nel tuo prossimo lavoro?

NO’C – Ebbene sì (sorpresa!) anche se non me ne ero resa conto quando ho cominciato il mio lavoro di ricerca.

Il romanzo, Becoming Belle, esce il prossimo anno per G.P. Putnam e Penguin Canada, ed è basato sulla vita degli ultimi conte e contessa ad avere occupato la residenza di Garbally Court a Ballinasloe, dove vivo, nella Contea di Galway.

La Contessa Clancarty era originariamente la ballerina del varietà londinese Belle Bilton, e il suo matrimonio con William Le Poer Trench causò scandalo in famiglia e chiacchiere ovunque. Soprattutto perché Belle aveva avuto un figlio prima di incontrare William e senza essere sposata.

Così ho dovuto immaginarmi la relazione tra suo figlio e la frenetica vita bohemienne che lei conduceva. Relazione molto complicata, secondo me. Non volevo divinizzare Belle da un lato, dall’altro non volevo che fosse senza difetti, così spero che l’ambivalenza a riguardo di suo figlio metta un po’ a disagio il lettore.

C.D – Durante il lancio di ‘Joyride to Jupiter’ hai parlato dello scrivere come di una professione, un lavoro a tempo pieno. Puoi dirci qualcosa di più del tuo approccio alla scrittura, di come un’idea iniziale o una ispirazione si sviluppino in una storia? Mi ha interessato il fatto che spesso scrivere qualcosa su commissione ti orienti verso direzioni inaspettate. Come accade?

NO’C – Scrivo a tempo pieno quanto più possibile, ma mi occupo anche di fare da mentor ad altri scrittori, tengo corsi di scrittura creativa, tengo conferenze. Ma senza dubbio scrivo cinque giorni a settimana e tendo a diventare leggermente isterica se non sono alla mia scrivania per le nove.

Per quanto riguarda l’ispirazione, molto spesso deriva da singole parole, oppure da letture non di narrativa. Scrivo organicamente, senza pianificare, per cui vado alla scrivania con quella parola, o quell’idea, e comincio da lì, raccontando a me stessa la storia mentre la scrivo. Di solito non so che cosa stia veramente accadendo se non quando ho quasi finito. E anche allora, per moltissimo tempo dopo non sarò in grado di sapere dove volessi veramente andare a parare.

Per quanto riguarda scrivere su commissione, non è facile perché spesso la deadline è breve. Odio avere solo un paio di mesi per scrivere e completare un racconto. Mi manda nel panico. Preferisco che le storie rimangano a riposare per mesi o anni, e comunque per tutto il tempo necessario. Ma talvolta non puoi fare altro che lasciarlo andare ed è questo che mi fa entrare nel meraviglioso mondo di un racconto e portarlo a termine.

C.D – La ‘morte’ del libro inteso come oggetto fisico sembra essere stata una previsione troppo azzardata. Qual è la tua opinione sullo stato dell’editoria, in Irlanda e non solo?

NO’C – Il panorama editoriale irlandese è molto vivo, anche se gli editori lavorano con budget e risorse limitate.

Preferirei che gli editori pubblicassero meno libri per dare ai libri stessi più tempo per respirare. Mi piacerebbe vedere più supporto per scrittori veramente innovativi, indipendentemente dal fatto che i libri possano mai diventare dei best seller.

Non tutti vogliono solo letture facili, “letture da spiaggia”. Ci sono ancora molti lettori come me che vogliono essere messi alla prova da ciò che leggono. Amo i romanzi senza trama ben definita, i romanzi dal ritmo lento, i racconti strani. Tutti libri che i grandi editori non supportano; fortunatamente, lo fanno i più piccoli. Ma vorrei vedere applicato ai libri di letteratura il marketing utilizzato solo per i libri commerciali.

Vorrei anche vedere maggior supporto al secondo, terzo, quarto libro di un autore, e così via. È seccante vedere come ottimi scrittori vengano trascurati in favore di principianti che potrebbero non arrivare mai a un secondo libro. Gli scrittori che hanno continuità dovrebbero essere sostenuti con fondi, premi, e così via. L’Irish Writers Centre e Words Ireland stanno facendo un buon lavoro in questo senso e ne sono molto felice.

'Joyride to Jupiter' @ The Gutter

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