Roddy Doyle: la mia intervista su ‘Smile’, il suo nuovo libro

 In Diario, News

Mentre al di là delle grandi vetrate circolari della Teeling’s Distillery a Dublino, nel quartiere delle Liberties, scendeva la sera, Roddy Doyle ha presentato il suo nuovo romanzo: ‘Smile’.

Accompagnato alla chitarra dal suo vecchio compagno di scuola Hugh Buckley, Roddy ha letto alcuni passi del suo nuovo – e scioccante – romanzo a noi ascoltatori, letteralmente rapiti.

Dopo il tour di presentazione negli Stati Uniti, Roddy sarà al Dublin Book Festival, dove lo intervisterò il 4 novembre.

Vi aspettiamo!
roddy doyle - book launch - teeling

CD – La frase a pagina 18 mi ha scosso fino al midollo: “Victor Forde, non so resistere al tuo sorriso”. Lo dice Fratello Murphy al giovane Victor durante il primo mese alla scuola secondaria. Ed è l’inizio di una campagna di terrore. Cosa ti ha condotto ad esplorare questo territorio tenebroso?

RD – Uno dei Fratelli Cristiani mi disse proprio così, “Roddy Doyle, non so resistere al tuo sorriso”, quando avevo 13 anni. Abbastanza ragionevolmente, non me lo sono mai scordato.

Tanto per essere chiari: non ha mai alzato una mano su di me, né mi ha chiesto di restare dopo le lezioni; non sono mai stato molestato o abusato da un Fratello Cristiano, né da nessun altro. Ma è stata un’esperienza spaventosa.

Questo strano tipo che, di fronte a tutta la classe, flirtava – o qualcosa del genere – con me.

Quel che mi lasciò questa esperienza fu chiedermi che cosa ci fosse di sbagliato nel mio sorriso.

La scuola era un posto violento. Ho assistito a pestaggi che ancora oggi mi fanno tremare.

Non ho dubbi, e altri che ho incontrato e che erano stati lì non hanno dubbi, che i ragazzi subivano abusi sessuali.

La storia dell’abuso istituzionalizzato è diventata quasi scontata in Irlanda.

Io volevo scrivere una storia che scioccasse.

CD – L’Irlanda degli anni ’80 è essa stessa un personaggio del romanzo, la sua presenza è pervasiva. Ripensandoci, come descriveresti quel decennio? Difficile descrivere dieci anni, non è vero?

RD – Io non sarei mai riuscito a prevedere il boom economico o il collasso del potere della Chiesa Cattolica partendo dal vantaggioso momento del 1982. Io ero davvero felice di essere un insegnante delle secondarie, ma dopo il primo referendum sull’aborto ho pensato di emigrare.

E ho fatto davvero domanda per lavorare in Zimbabwe.

La decisione di proteggere i diritti del non-nato mi sembrò così assurda, illogica e crudele: la presa della chiesa sul paese sembrava così salda…

Ma decisi di rimanere, e ne sono contento. Insegnare in un’area proletaria era così stimolante in quei dieci anni. In qualche misura, era un’avventura.

Il paese era un caos politicamente, socialmente ed economicamente. Ma gli studenti avevano una grande energia.

Molti di loro erano i primi in famiglia a terminare gli studi delle secondarie. C’era un grande ottimismo, e la musica non era male.

CD – Ora l’Irlanda è un posto migliore? Qual è il tuo rapporto col Paese, oggi, rapportandolo a quello di allora?

RD – Penso di sì, ma a volte me lo chiedo.

Non è più corretto dire che l’Irlanda è un paese cattolico; io sono ateo e, con giusta ragione, non importa a nessuno.

Trent’anni fa era una vita di continue piccole battaglie. Ora sono a mio agio qui, felice di definirmi irlandese, ma magari è solo per via dell’età: mi sono arreso!

Ci sono tante cose positive qui, ma pare che abbiamo deciso che il diritto alla proprietà privata abbia la supremazia, che niente possa interferire col prezzo delle case; così, in un paese relativamente benestante, abbiamo un numero crescente di senzatetto e nessuna volontà di intraprendere le misure necessarie a risolvere il problema. Un problema che può essere risolto.

È letteralmente questione di mattoni e calcina. È vergognoso.

CD – La relazione di Victor con la madre è tenera e magistralmente rappresentata. Ho amato il passaggio in cui lui ottiene un assegno per le recensioni musicali sulla rivista What Now e lei bacia l’assegno piena di orgoglio. Ma lui la protegge da quanto accade a scuola. In un certo senso ho avuto l’impressione che lei lo abbia comunque tradito. Che tutti lo abbiano tradito. I genitori deludono sempre i loro bambini, in un modo o nell’altro?

RD – I problemi di Victor a scuola arrivano, in gran parte, perché è vulnerabile.

Il padre è malato e lui non tornerebbe certo a casa dalla madre dicendole quello che accade e aggiungendole altra angoscia.

I Fratelli Cristiani sanno di avere un bersaglio facile. La madre non l’ha deluso e lui (ricordiamoci che è un bambino) probabilmente l’ha sottovalutata. Ma la vergogna: come può raccontare una storia del genere un ragazzino?

CD – Potevo avvertire il terrore di Victor di essere un emarginato, come teenager. I suoi amici erano le sole persone ad avere importanza: persone che “mi hanno davvero spaventato perché, a seconda di come le cose cambiavano, una parola sbagliata, una maglia sbagliata, il gruppo sbagliato o un sorriso irresistibile, potevano distruggerti”. L’adolescenza sembra un luogo piuttosto selvaggio. Victor non ha nessun posto dove andare a rifugiarsi. Non posso impedirmi di chiedermi se ci fosse qualcosa che avrebbe potuto salvarlo…

RD – Non voglio sembrare spietato, ma se ci fosse stato qualcosa a salvare Victor, non avrei potuto scrivere il romanzo. La sua storia non è la mia. Ho avuto fantastici amici leali, e genitori in salute. E quindi, non ho mai subito abusi. Ma se li avessi subiti, lo avrei detto ai miei amici?

Non lo so.

Se non lo avessi fatto, o potuto fare, avrei messo una distanza tra me e loro, come Victor. L’avrei detto ai miei?

Sì.

Un sensibile, coraggioso insegnante sarebbe stato di aiuto, suppongo. Ma per sfidare i suoi superiori e, in realtà, lo Stato, avrebbe dovuto essere davvero coraggioso.

CD – Come scrittore, Victor fallisce: ce ne vuoi parlare? Vuoi dirci perché hai scelto questa delusione, invece di un’altra?

RD – Ho voluto dargli un lavoro che capisco: il suo ritmo, l’elasticità che richiede, il flusso delle idee, l’isolamento.

Poi la descrizione di “scrittore” è piuttosto vaga, così non ho dovuto renderlo uno scrittore di romanzi, come me.

L’unico altro lavoro con cui ho familiarità è l’insegnamento, ma non ho voluto andare in quella direzione, perché averlo al lavoro in un’altra scuola avrebbe reso le cose troppo complicate.

Inoltre, scegliere per lui quel lavoro avrebbe fatto sì che la storia apparisse più stranamente autobiografica.

CD – Appena finito di leggere, ho saputo di dover tornare indietro e ricominciare. È un po’ come la memoria stessa, come pieghiamo e diamo forma a tutte le cose con cui dobbiamo vivere, per sopravvivere. Victor è il narratore non affidabile per eccellenza. Il romanzo è inquietante, il destino di Victor scioccante. Il lettore si rende conto che qualcosa è incombente, ma non questo. Persino il suo diniego gli viene portato via. Il finale è davvero diverso da qualsiasi cosa tu abbia mai scritto. Puoi dirci che cosa volevi che il lettore esperisse con questo?

RD – Piuttosto semplicemente: shock.

Volevo scrivere quello che, in questo Paese, è divenuta una ben nota, quasi scontata storia, ma in un modo che potesse ancora scioccare.

CD – Rachel. Non possiamo discuterne perché sarebbe uno spoiler enorme. Ma è una delle molte opportunità che Victor si lascia scappare. Avrebbe potuto salvarlo? O davvero Victor ha subito troppi danni?

RD – Lui è timido, lo dice lui stesso. Ma la timidezza è stata forzata in lui, inflitta. È parte del danno. Avrebbe potuto salvarlo? Non lo so.

CD – Hai dedicato il romanzo a Dan Franklin, il tuo editor, con cui hai lavorato a tutti i tuoi libri. Quanto è importante il rapporto scrittore – editor?

RD – È molto importante, e io sono stato davvero fortunato: ho sempre lavorato con Dan.

È particolarmente appropriato, e giusto, che abbia dedicato questo libro a Dan.

In passato ho sempre consegnato il libro finito; non ho mai chiesto a Dan di leggere le prime bozze.

Questa volta l’ho fatto. Stavo facendo cose, in termini di storytelling, che non avevo mai fatto prima, ed ero ansioso.

Dan ha letto la seconda bozza e mi ha risposto in tempi brevi (grande caratteristica per un grande editor) e ne abbiamo velocemente parlato.

Mi ha dato un suggerimento che mi ha spinto ancora più a fondo nella direzione in cui stavo andando. Senza quel suggerimento, la storia non avrebbe avuto lo stesso peso.

CD – Il tuo modo di scrivere è cambiato nel corso degli anni?

RD – Non proprio.

Non pianifico con troppa precisione. Per me pianificare è nel corso dello scrivere. La mia bozza finale è sempre molto più breve della prima. Smile è 55.000 parole, la prima bozza era più di 120.000.

False partenze, descrizioni non necessarie… Se ne va tutto.

Ma prima ho bisogno di scriverle, per andare a conoscere la storia e le persone che ne fanno parte, o la narrano.

Fortunatamente, trovo il lavoro di editing enormemente soddisfacente.

CD – Puoi parlarci dell’esperienza di “Due pinte”?

RD – Stavo guardando la commedia (storia semplice: due uomini seduti al bar a parlare) a Galway. Credo fosse la quarta volta che la guardavo. e mi sono reso conto che era la miglior commedia che avessi mai scritto, il che è stato una bella soddisfazione.

È cresciuta da post su Facebook: semplici dialoghi brevi, due uomini al bar. L’esperienza di aver assistito al declino e alla morte di mio padre mi ha dato l’idea.

Atto 1: uno degli uomini è appena stato a trovare il padre all’ospedale;
Atto 2: altra notte, e l’uomo aspetta un messaggio che lo chiama all’ospedale a dare l’addio al padre;
Atto 3: la notte del funerale.

Il suggerimento dell’Abbey Theatre che la commedia, ambientata in un pub, dovesse davvero andare in scena nei pub è stato ispirato e davvero divertente.

CD – Prossimamente? A parte un massiccio book tour?

RD – Sto lavorando a un romanzo, sebbene non abbia scritto una parola da mesi.

E ho scritto la versione teatrale del mio secondo romanzo, “Bella famiglia” (The Snapper), che andrà in scena al Gate Theatre qui a Dublino, la prossima estate.

Traduzione: Maria Grazia Mati

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