Un gennaio diverso: Lanzarote

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Beh, è stato di sicuro un gennaio diverso.

Per la prima volta da che ho memoria ho abbandonato la scrivania per l’intero mese.

L’inizio dell’anno nuovo di solito è il momento dei propositi, ancora intatti: del pianificare la perfetta routine di lavoro senza interruzioni. Del limitare tutte le distrazioni.

Questo gennaio non ci ho neanche provato. Il 2016 è stato un anno crudele sotto molti aspetti. Gli scienziati hanno detto che è durato un secondo di più di ogni altro anno. Come se non ne avessimo avuto a sufficienza: l’ho salutato con una sorta di ghigno di soddisfazione.

Lanzarote

E quindi, me ne sono andata.

A Lanzarote.

Ho riempito la valigia di bellissimi libri e un paio di scarpe da trekking. Non mi sono neanche preoccupata di controllare se fosse previsto bel tempo o meno. Ma lo è stato, su quell’isola imprevedibile: per quattordici giorni di gloriosi blu e oro il sole ha brillato in un cielo gigantesco.

A Tías, ho visitato la casa di José Saramago, lo scrittore che vi si era stabilito nei suoi ultimi anni, deluso dal nativo Portogallo.

Saramago aveva vinto il Premio Nobel per la Letteratura nel 1998, grazie ai suoi romanzi dedicati all’isolamento, al bisogno di entrare in connessione con gli altri, al sopravvivere nella contemporaneità urbana, alla ricerca di dignità e significato al di fuori delle strutture politiche e religiose.

Ho iniziato da Cecità, proseguendo poi con Saggio sulla Lucidità e Una Terra Chiamata Alentejo.

A proposito della sua scrittura Saramago diceva:

Scrivo due pagine, poi leggo, e rileggo ancora.

Saramago è morto a Tías nel 2010, in punta di piedi come aveva vissuto.


La vedova nonché traduttrice, Pilar del Río, accoglie nella casa i visitatori come se fossero vecchi amici.

La mattina che siamo arrivati siamo stati accolti con caffè portoghese nella fresca, tranquilla cucina, proprio per farci sentire a casa.

Lo studio di Saramago è ancora come lo ha lasciato: pieno di libri, con una collezione di penne stilografiche raccolte durante i suoi viaggi.

La sua presenza aleggia ancora, come se fosse uscito per tornare tra un momento. L’olivo in giardino ha viaggiato con lui in aereo dal Portogallo in un piccolo vaso. Saramago era deciso a scoprire se sarebbe cresciuto nello sterile terreno vulcanico della sua patria d’adozione.

È ormai alto più di sei metri.

E non è l’unica cosa fiorita in questa bellissima casa in riva al mare.


Di nuovo a casa

Tornata a casa, ho cominciato a rileggere la meravigliosa biografia di Angela Bourke dedicata a Maeve Brennan: Homesick at the New Yorker.

Il 2017 è il centenario della nascita di Maeve Brennan, e il suo lavoro è stato sottovalutato per troppo tempo.

Angela Bourke delinea tutte le influenze che hanno forgiato la giovane Maeve a Rathmines e Ranelagh, prima che la sua famiglia si trasferisse a Washington.

Suo padre, Bob Brennan, era uno dei più fidi alleati di De Valera, e ha promosso gli interessi irlandesi negli Stati Uniti per anni, lavorando in ambito diplomatico.

Maeve si trasferì ancora giovane a New York, lavorando per Harper’s Bazaar come copywriter.

Ma non si lasciò mai il passato alle spalle.

Iniziò a scrivere narrativa e le sue storie ebbero come editor il grande William Maxwell al The New Yorker.

Le sue storie riecheggiano di ricordi infantili dell’Irlanda, dense di dettagli intimisti sui genitori originari di Wexford, l’infanzia in Cherryfield Avenue, i piccoli misteri e banalità della vita di famiglia in un passato mai dimenticato: un passato da cui non sapeva fuggire.

William Maxwell ha detto:

Parlando del passato, mentiamo ogni volta che si respira.

Forse è davvero così, ma quella menzogna è la menzogna della trasformazione che sta alla base della narrativa.

Questo fine settimana abbiamo festeggiato al Ranelagh Arts Centre il compleanno di Maeve Brennan nello stile che a lei si conviene: abiti eleganti, chiacchiere e Martini.

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