Il cibo e l’aria di casa in ‘Come Cade la Luce’

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Nel periodo che porta al Natale, quando le pubblicità diventano un vero e proprio festival della nostalgia, sulle televisioni irlandesi passa una pubblicità che richiama “il gusto di casa”.

Ci sono ormai, anno dopo anno, molte versioni della stessa pubblicità e ce n’è una che ricordo in particolare: una giovane coppia con i bambini piccoli in una casa in mezzo alle nebbie di New York. O almeno così dichiara la pubblicità stessa…

È la mattina di Natale e suona il telefono: sono gli auguri: da casa, dall’Irlanda.

Si sentono musica e risate in sottofondo, e il rumore delle fette di bacon che friggono in padella. La leggendaria colazione Irlandese, o, come a qualcuno piace definirla, l’attacco di cuore servito sul piatto: fette di bacon, salsicce, uova, i pudding bianco e nero sono rappresentati come l’essenza dell’essere a casa. La pura e semplice definizione di quanto più desiderato da un emigrato irlandese.

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Forse quella particolare pubblicità mi colpì così tanto proprio perché in quello stesso periodo stavo intervistando un gran numero di emigrati irlandesi a Londra. Soprattutto anziani, donne e uomini che avevano lasciato l’Irlanda negli Anni Cinquanta. Erano molte le cose di cui sentivano la mancanza: la famiglia, naturalmente; ma anche il senso dell’umorismo; le partite degli sport gaelici, l’hurling e il football della GAA, la Gaelic Athletic Association, con tutte le annesse rivalità tribali; l’odore del mare.

Sentivano anche la mancanza del cibo. Erano convinti che il bacon irlandese avesse un sapore molto più buono del bacon che avevano a disposizione quando erano arrivati a Londra. Sentivano la mancanza persino delle patate, del pane.

Ricordo un anziano gentiluomo commuoversi al ricordo della pagnotta di soda bread fatto in casa, spalmato di burro appena fatto e accompagnato da salsicce irlandesi. Era assolutamente convinto che niente, niente che avesse potuto assaggiare nella sua nuova casa avrebbe potuto avere un sapore migliore. E aveva ragione: non c’è niente che abbia un sapore migliore di ciò che rappresenta la memoria, l’appartenenza a una comunità, la famiglia: casa, in una parola.

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In ‘Come Cade la Luce’, gli Emilianides sono costretti a fuggire da Cipro durante l’invasione turca del 1974. Dai cieli blu, le estati assolate e una fitta di relazioni familiari, Ari e Phillida, con Alexia arrivano nella fredda, monocroma e monoculturale Dublino.

Non conoscono nessuno. All’epoca gli immigrati in Irlanda sono davvero pochi. Un lontano parente di Ari trova loro un lavoro e una sistemazione fino a quando non potranno cavarsela da soli.

Phyllida ricorderà il rigore di quel primo inverno: la solitudine e la sensazione di sentirsi fuori posto.

Il freddo, ma soprattutto la pioggia: la onnipresente pioggia.

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Alla metà degli anni Settanta Dublino era una città tutt’altro che sofisticata: provinciale, anche. Pochi buoni ristoranti, qualche hotel rigido e formale, niente a che vedere con la profusione odierna di caffetterie e bar.

Anche il nostro cibo era decisamente ben poco avventuroso. Una cucina solidamente tradizionale a base di pollo, manzo o pecora. E patate: tante patate… Si evitava persino il pesce, perché associato alle memorie di digiuni e penitenze imposti dalla chiesa cattolica.

Un cibo per i venerdì, e solo se proprio dovevi.

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Io mi sono chiesta che cosa Phyllida avrebbe pensato di tutto questo.

Come gli emigrati nella vita reale che avevo intervistato, anche il mio personaggio letterario doveva sentire il desiderio per i sapori e i colori di casa. Le ricette di famiglia la aiutano a ricordarsi chi è. E le permettono di costruire una relazione speciale con il figlio mezzano: l’adorabile Mitros, colpito da una grave forma di disabilità.

La Sharlotta, o Tourva, con pere e brandy di Phyllida, o soprattutto la Galombrama, sono espressioni di tenerezza nei confronti del figlio. Ma sono anche qualcosa di più: qualcosa che può trasmettergli la sua stessa identità culturale. Un dono da un’isola che non ha mai visto. L’esperienza, il sapore di casa.

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Quando Mitros non è più con loro, Ari e Phyllida reintesseranno la loro intima e tenera relazione anche con gli esperimenti culinari di Phyllida.

Ari è un uomo buono e saggio che la incoraggia, comprandole un quaderno per le sue nuove ricette e facendo del pranzo domenicale un vero e proprio rito.

Un rito che richiama i rituali familiari lasciati a Cipro.

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Amo il detto italiano

“A tavola non si invecchia.”

E neanche, a tavola, ci si dimentica da dove veniamo. E poi la tavola è il luogo in cui gli amici si incontrano, dove i conflitti in famiglia vengono dimenticati o, almeno, sospesi. Dove nascono gioia e amicizie.

Dove anche la più dura delle realtà viene lasciata alla porta, almeno per un po’.

Questo è, per me,

il ‘sapore di casa.’

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