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Scrivere un libro, regola numero 8: scrivere è riscrivere

Mi piace moltissimo tenere corsi di Scrittura Creativa. Adoro il mix di entusiasmo e ottimismo che circondano chiunque entri in aula al primo incontro.
Di solito c’è anche un briciolo di paura nell’aria – di apprensione, almeno.

Sono abbastanza bravo?
Quel che ho scritto è davvero brutto come penso?
Che cosa mi è saltato in mente di venire qui, di poter scrivere?

Con il passare delle ore si cerca di rispondere a queste e a tutte le altre, inevitabili, domande, condividendo le proprie esperienze.

Le condividiamo con confidenza e in confidenza: perché quel che succede nel corso, rimane nel corso…

Per esempio, si prende coscienza di quanta potenza ci sia nel leggere il proprio lavoro a voce alta per la prima volta.

Di come qualcosa accada nello spazio tra il testo pronunciato e l’ascoltatore: appunto un indefinibile qualcosa che aiuta a illuminare tutto ciò che c’è di autentico in quanto si è scritto.

Un qualcosa, inoltre, che infallibilmente porta alla luce le stonature che possono essere sfuggite allo scrittore.

Le staniamo, impariamo dall’ascoltarle, quindi le eliminiamo.

C’è anche, nel discuterle, un senso di sollievo privo di cinismo nel riconoscere che, così come in tutte le altre ‘regole per scrivere bene’, c’è comunque una sorta di magia che ignoriamo a nostro rischio.

Soprattutto negli scrittori alle prime armi c’è la tentazione a sottostimare l’essenzialità di quella magia.

D’altro canto, si è eccitati alla prospettiva di mostrare ad altri ciò che si sta scrivendo, godersi deliziati i commenti positivi, essere premiati con l’approvazione.

Beh. Sì, ma…

Ma se invece il responso dei lettori è diverso da quello che ci si aspettava e sperava?

La disapprovazione, o l’indifferenza, sono un gelo che può far appassire la fragile confidenza di uno scrittore agli inizi. Per tacere dei potenziali danni a relazioni di amicizia o parentela…

L’altra faccia di questa delicatissima medaglia è il danno che una condivisione prematura di quanto si è scritto può arrecare alla magia del processo creativo.

Non ho spiegazioni per questo: ma so per certo che più uno scrittore parla di ciò su cui sta lavorando, più la magia si dissipa.

Ho sentito aspiranti scrittori entusiasti di quanto stavano preparando per i loro personaggi, degli intrecci di trama e ambientazione, del miglior finale che avessero mai concepito.

Ma questa è, semplicemente, la fine: il libro non nascerà mai. Perché lo scrittore si è – letteralmente – chiamato fuori dalla storia.

E a questo punto possiamo ribadire – adesso, nel bel mezzo della ‘Regola Numero 8’ – che

comunque non ci sono regole. C’è solo quel che, individualmente, funziona e non funziona.

Ma di quello spazio che sta tra il lavorare e il non lavorare, fa parte il fatto che tutto lo scrivere è riscrivere.

Essere orribile è il compito della prima stesura.

Le prime stesure, per loro natura, hanno il compito di estrarre la propria storia dall’etere, in cui esiste in una qualche strana e irriconoscibile forma.

Lo sforzo è quello di catturare quella storia, alimentarla e proteggerla, così che possa prendere forma mentre lo scrittore si muove attraversando il processo organico che è al cuore della scrittura creativa.

Quante stesure si dovrebbero scrivere?

Questa è una tipica domanda da corso. E c’è solo una risposta attendibile.

Ogni libro, poesia, saggio, ricerca, memoir, è diverso. L’unica costante è di rielaborare e rielaborare ancora finché il lavoro iniziale non cominci a somigliare a quell’idea annidata nell’immaginazione di chi scrive.

Per me ci sono sempre grandi modifiche tra la prima e la settima stesura. Finisco sempre per fermarmi attorno alla settima. Se ci sono altri cambiamenti, sono fondamentali: passare dalla terza alla prima persona. O uccidere un personaggio. Il che può aprire molte interessanti prospettive.

Tra la decima e la tredicesima stesura – posto ce ne sia bisogno per questa ipotetica opera a cui facciamo riferimento – potrebbero esserci variazioni minimali, come la rimozione o l’arricchimento di un dialogo, o il dare maggiore spazio a un personaggio minore.

Oppure, esplorare una alternativa che, fino ad allora, non era stata assolutamente presa in considerazione.

Ma, qualunque sia la decisione presa, continuo a riscrivere. Fino a quando l’editor strappa il manoscritto dalle mie mani riluttanti.

Non è un caso che gli editori inseriscano nei contratti degli scrittori una clausola contro troppe tardive modifiche! Ci conoscono troppo bene…

E anche loro capiscono perfettamente che la scrittura è riscrittura: solo che, a un certo punto, è tempo di smettere.


Fatemi sapere che cosa ne pensate – il vostro feedback è ben accetto!


Catherine

Foto: Noel Hillis

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